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LETAME DAVANTI ALLA BANCA SCARICARE - I più letti della settimana. Forza Nuova accusa Bankitalia S. I più letti della settimana. Cmq, caro Forconi hai. SCARICARE LETAME DAVANTI ALLA BANCA - Questa funzionalità richiede un browser con la tecnologia JavaScript attivata. I più letti di oggi 1. Il 42 enne di. Ex cliente sfonda la banca e scarica letame È il suo modo di lamentarsi con noi della banca per avergli chiuso un finanziamento. Certo, stavolta ha lasciato qui ha continuato la direttrice davanti ai poliziotti -. Quell'uomo è. A Poggio Rusco il gesto goliardico, ma con ricadute penali, del 42enne di Concordia, che ha sparso letame davanti alla propria ex banca. LETAME DAVANTI ALLA BANCA SCARICARE - Maniaco la sorprende alle spalle e la palpeggia: Trascrivi questo codice Aggiorna il codice di controllo. Dai, su.

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Questa funzionalità richiede un browser con la tecnologia JavaScript attivata. Semplice , creparci di tasse per salvarla. Le banche ci invogliano a comprare ed indebitarci. Marco Forconi, segretario del partito, ha speigato i motivi del gesto: Il popolo dovrebbe riprendersi il controllo della propria vita.

Poi magari la stessa banca fallisce di brutto perché spremuta come un limone da chi la controlla. Avvisami via e-mail delle risposte.

Eccomi a pochi centimetri da lei in ascensore, mentre la fisso negli occhi, sorseggiando avidamente il suo profumo. Sapeva di cannella. Sapeva di buono. Sono le classiche situazioni in cui questi stramaledetti ascensori non si bloccano mai. Peccato che, per poter mettere in atto un simile piano, anzitutto avrei dovuto insegnarle l'inglese. Tentai di attaccar bottone ma lei, con un sorriso impacciato, mi rispose in francese che non capiva una parola.

Poco male: almeno mi ero imbattuto in una parigina che, finalmente, non pareva detestarmi. Sbucammo in un corridoio dallo stile incerto: alla passatoia orientaleggiante che copriva quasi per intero il pavimento tirato a lucido, alle pareti e ai soffitti carichi di stucchi facevano da contrappunto delle improbabili porte in vetro fumé anni Settanta. A completare quel guazzabuglio, una folta selva di piante d'appartamento. Accidenti, pensai. Ora i francesi a cui vado a genio sono ben due!

Per essere a capo di un'azienda, Jean-Marie aveva un aspetto accattivante. Malgrado i suoi cinquant'anni, dagli occhi neri di quell'uomo sprizzava un che di giovanile ed i capelli erano tagliati talmente corti che l'incipiente calvizie neppure si notava.

La camicia profondo blu e la cravatta giallo oro gli conferivano un tocco di classe; il suo volto ispirava subito un'immediata simpatia. Quando quell'uomo ti squadrava, riusciva a trasmetterti la sensazione che fare contento te fosse l'unica vera emergenza planetaria. Chi se ne infischia dell'effetto serra, piuttosto, mi dica Paul, le hanno dato una bella camera in albergo? Dovevo aver toccato un nervo scoperto. Ebbi la sensazione che, se la povera Christine fosse stata con noi in quella stanza, si sarebbe slacciato immediatamente i pantaloni per dimostrare la propria virilità.

E che vista, vero? Con ogni probabilità, in quel momento Jean-Marie ne era davvero convinto. Quando lo avevo incontrato a Londra per la prima volta, mi aveva presentato la sua azienda, VianDiffusion, come una grande famiglia in cui a lui spettava il ruolo di zio benvoluto da tutti, più che di proprietario della baracca.

Era alla guida di quell'azienda di lavorazione delle carni da dieci anni, subentrando al padre che l'aveva fondata e che aveva iniziato come umile macellaio. Il fatturato era luculliano, data l'insaziabile voglia di hamburger dei francesi, che loro chiamano, in uno slancio di patriottismo, steak haché. Quando mi assunse, ebbi l'impressione che Jean-Marie intendesse far salire di rango l'azienda.

Fu forse per quello che ricevetti un'accoglienza tanto calorosa. Restava da vedere se il resto dei miei colleghi si sarebbe dimostrato altrettanto affabile. Nella sua posizione, dia del "tu" a tutti i suoi collaboratori. A meno che non siano anziani. E a meno che non vi siate ancora presentati.

Quasi tutti le daranno del "tu". Alcuni le daranno del "voi" se sono molto più giovani di lei, oppure se non la conoscono. Chiaro, no? Ma non dovrei essere io a integrarmi? Mi diede un'ultima pacca sul gomito ed entrammo nella sala riunioni. La vastità della sala, con la sua doppia esposizione, mi fece apprezzare la grandiosità dell'edificio. Da un lato la vista spaziava sulla Torre Eiffel, dall'altro sul cortile e su un moderno palazzo in acciaio e cristallo. Nella sala c'erano quattro persone: un uomo e una donna stavano svogliatamente in piedi davanti alla finestra affacciata al cortile, mentre un altro uomo e un'altra donna erano seduti in silenzio al lungo tavolo ovale.

A quel punto, i miei nuovi colleghi si voltarono. Un quarantenne altissimo e robusto e un uomo magro, più giovane, ma quasi calvo. Una bionda naturale sulla trentina, con la coda di cavallo e un mento prominente che le impediva di essere bella, e una donna sui trentacinque anni, dal fare dolce con quel suo visino rotondo e quegli occhioni scuri, con indosso una zuccherosa camicetta rosa. Strinsi la mano a tutti e, ipso facto, dimenticai i loro nomi.

Ci sedemmo al tavolo, Jean-Marie e io a un lato, i miei nuovi colleghi all'altro. Sappiamo bene di poter sfondare nella ristorazione: senza la nostra carne macinata, in Francia i fast food non potrebbero esistere. Ora è la volta della nostra nuova catena di bar English Tea. Quanti bar ha creato, Paul? Ovviamente era una battuta, ma tutti mi fissarono a bocca aperta, credendo senza colpo ferire a cotanto esempio di dinamismo anglo-americano.

Magari vuole continuare lei la sua presentazione, Paul? Puntai lo sguardo verso l'altro lato del tavolo, esibendomi nella mia miglior interpretazione del ruolo di collega amorevole. All'istante, li vidi tutti e quattro intenti a ripetere sottovoce il mio nome, come per allenarsi a pronunciarlo. A luglio dello scorso anno - il 14, non a caso l'anniversario della presa della Bastiglia - abbiamo cominciato con i primi cinque caffè a Londra e nel Sud-est, per poi aprire gli altri nelle principali città e centri commerciali del Paese a tornate di dieci alla volta.

Ah, prima lavoravo in una piccola brewery Ho ventisette anni Aveva un accento strano, che non riuscivo a individuare. Ma non mi pareva francese.

Bernard era il tipo alto e robusto, con i capelli tagliati a spazzola e un paio di baffi biondi ben curati.

Sembrava un poliziotto svedese in pensionamento anticipato. Indossava una camicia azzurrino pallido abbinata ad una cravatta di un improbabile colore rosa. Questo che lingua sta parlando, ungherese? Ci sono! Non ho mai studiato nessuna lingua dell'Est, ma stavolta ti ho fregato perché ho capito: hai detto che non vedi l'ora di lavorare con me! Che Babele Sarà anche inglese, ma non come lo intendiamo noi Mi aggrappai a questa speranza mentre veniva il turno di Marc. Marc era il giovane pelato.

Indossava una camicia grigio scuro, stirata in qualche modo e senza cravatta. Qualcosa che avesse a che fare con il tè? Aveva un atroce accento francese ed una cognizione della grammatica a dir poco terrificante, ma oramai il mio orecchio iniziava ad assuefarsi. Lei era risponsibol acquisti, e si diceva very eppy di essere stata nominata responsabile acquisti anche nella nuova catena di Linglish tee saloons. Era responsabile del controllo finanziario del progetto nonché dell'intera azienda.

Regola numero uno della vita in ufficio: adulare sempre il controller. Oh, mamma Meglio non indagare. Eppure qualcosa non mi tornava: Jean-Marie lodava le doti professionali di Nicole, ma a me pareva tanto che Nicole morisse dalla voglia di sbottonarsi la camicetta e sbattergli sotto il naso ben altre doti. Che stessi cadendo vittima degli stereotipi? Al che tutti ebbero la compiacenza di ridere. Finite le presentazioni, mi parve il momento di gettare il sasso.

Nulla di polemico, per carità. Aggrottai le sopracciglia, mentre gli altri proruppero in una risata. Mi volsi verso Jean-Marie in cerca di aiuto, ma aveva lo sguardo altrove. Come denominazione commerciale delle sale da tè? Bernard sarà stato scarso in inglese, ma quanto a monosillabi se la cavava egregiamente. Ora era Bernard a rivolgersi a Jean-Marie in cerca d'aiuto. Gli altri mi guardarono con commiserazione e scoppiarono in una risata, come se fossi il fesso che avesse capito la battuta per ultimo.

Sfoggiai un sorriso di contentezza, e tutti annuirono. Malinteso fugato, problema risolto. Dovevo dirglielo. Nell'interesse del progetto. È un nomignolo provvisorio. Per scegliere il marchio definitivo sarebbe opportuna un'indagine di mercato, ma nel frattempo pensavo a una semplice denominazione di servizio.

Se non vi piace Tea Time, che ve ne pare di Tea for Two? Vogliamo nomi divertenti. Il bar dove ti fregano? Un attacco alla lingua francese? Cartellino giallo? Allora perché non la baguette alla fragola? O il camembert alla fragola? Al solo pensiero di cotanta profanazione del loro tesoro nazionale, tutti gli altri fecero una smorfia di disgusto. L'avevo letto sulla guida, ma sarebbe stato meglio di no: ora tutti stavano fissando con disapprovazione questo tipico saputello inglese.

Annuii come un cagnolino di plastica dietro il lunotto di un'auto: non vedevo l'ora di poter dare il mio assenso alla brillante idea di quel diplomatico nato. Bernard sorrise. Non aspettava altro: dalla pupilla lubrica capii immediatamente come fosse convinto di poter persuadere gli autori del sondaggio a sposare la sua tesi.

Si decide? Ma non ero che alla mia prima riunione di lavoro in Francia, e avevo ancora molto da imparare. Fuori dall'ufficio, il mio impatto con la società parigina fu non meno deprimente. Jean-Marie mi pagava un albergo a un chilometro a ovest dell'Arco di Trionfo, lungo una superstrada ad otto corsie alla quale era stato affibbiato il romantico nome di avenue de la Grande Armée, che collegava il centro della Parigi propriamente detta ai grattacieli del centro direzionale della Défense.

Le pareti della stanza erano della medesima tinta: in teoria era una doppia, ma l'unica situazione in cui due persone sarebbero riuscite a mettere i piedi sul pavimento contemporaneamente sarebbe stato durante un rapporto sessuale.

Comunque l'albergo era in un quartiere-bene, Neuilly, che io storpiai in Newly per un bel pezzo prima di imparare a pronunciarlo. Era di una noia mortale, ma c'erano due o tre vie piene di negozietti che in Gran Bretagna non esistono più da un pezzo: pescherie, latterie, cioccolatai, macellerie, salumerie, rosticcerie.

C'era addirittura un negozio che vendeva unicamente polli arrosto. Era sabato, vagai per un po' e finalmente giunsi dinanzi a una piccola vetrina colorata, stracolma di radio, torce elettriche ed aggeggi elettronici di ogni genere. All'interno del negozio, un lungo bancone rivestito in vetro pieno di ditate dietro il quale si ergeva una caotica scaffalatura zeppa di tutto, dalle minuscole batterie per gli orologi da polso agli aspirapolvere, ai frullatori.

Davanti a quel caos di confezioni, un tipo di mezz'età con indosso un camice in nylon grigio e una faccia non meno grigia: il cugino parigino della famiglia Addams? Per dovere di cronaca, preciso che effettivamente non avevo indosso il completo grigio ferro, ma una camicia hawaiana comprata a Portobello, che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto conferirmi un aspetto cordiale ed aperto, specie se abbinata ad un paio di bermuda e a scarpe da ginnastica rosso pompiere.

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Mi ero reso conto che, per le vie di Neuilly, non si vedeva molta gente con una simile mise, ma era una bella, calda giornata d'autunno e non avrei mai immaginato che il mio abbigliamento avrebbe avuto conseguenze di sorta ai fini dell'acquisto di un adattatore. Nella peggiore delle ipotesi, basta indicarli a qualche commesso. Buon segno? Mica tanto: in realtà non gliene importava un fico secco.

Ho sempre creduto che ai francesi i mimi piacessero tanto, ma questo tizio non rientrava evidentemente fra gli estimatori di Marcel Marceau. Tutta questa concione in una sola scrollatona di spalle? Visto che non aveva senso tentare di competere a forza di spallucce e che, comunque, non avrei messo le mani sul tanto agognato adattatore, decisi di andarmene.

Un'orrida deiezione canina aveva lordato la punta della mia splendida scarpa da ginnastica rosso pompiere. Il posto ideale per viverci, se si è un pescecane. Ricco di pesci piccoli da divorare e, se qualcuno osa venirvi a seccare, basta azzannarlo. Non vi farete troppi amici, ma almeno vivrete tranquilli. Se invece avete un minimo di umanità finirete per passare la vita galleggiando alla bell'e meglio, sbatacchiati dalle onde, succulenta preda degli squali. Ecco perché conviene trasformarsi in uno squalo al più presto.

Possedevo sempre il mio metodo audiovisivo di francese per autodidatti, ma mi dissi che forse a Christine, la segretaria di Jean-Marie, non sarebbe dispiaciuto impartirmi qualche lezione privata. Se non altro, un pescecane dalle belle pinne. Era stata quella una delle ragioni che mi avevano spinto a fuggire dalla Gran Bretagna. A Londra avevo una relazione con una ragazza, Ruth, ma si trattava di un rapporto distruttivo.

Ci telefonavamo, ci accordavamo per vederci e a quel punto restava soltanto da verificare chi trovasse per primo la scusa per annullare l'incontro. Quando finalmente riuscivamo a vederci, la serata andava a finire in sesso sfrenato; seguivano due settimane di silenzio stampa, poi ricominciava la vicenda delle telefonate e via di séguito. Convenimmo entrambi che, probabilmente, la mia scelta di emigrare dipendeva dal fatto che il nostro rapporto non fosse dei più idilliaci.

Quando incrociai Christine in quell'ascensore ero in astinenza ormai da un paio di settimane. Anche senza quella prorompente carica ormonale avrei trovato comunque quella donna estremamente attraente. Capelli lunghi, con una messa in piega appena accennata come molte donne francesi, il che le permetteva di compiere semplici gesti che avrebbero innocentemente sedotto chiunque, come avvolgersi attorno al dito una ciocca di capelli dietro all'orecchio, o passarsi una mano in quella chioma fluente proprio sopra la fronte.

Era snella - ancora una volta, come molte donne in Francia - ma con tutte le curve al posto giusto. E poi, quegli occhi color ambra in cui perdersi e in cui mi pareva di leggere che mi trovasse a sua volta niente male: ogni volta che entravo nel suo ufficio sbatteva languidamente quelle lunghe ciglia vere e io ci entravo sempre più spesso, troppo spesso per banali esigenze di servizio come aprire qualche sala da tè qua e là.

Lei rise, e io mi finsi risentito. Viveva in un sobborgo distante chilometri dalla città. Vian sce muà, carezzevole come un bacio. La serata si concludeva con un nulla di fatto: a Londra, quasi tutte le inglesi che avevo invitato per un aperitivo dopo il lavoro o mi avevano fatto sapere chiaramente di non essere il loro tipo, o mi avevano fatto capire subito altrettanto chiaramente che ci stavano. O ero forse io che andavo a cercarmi apposta quelle di facili costumi?

Il mattino dopo, come prima cosa mi presentai nel suo ufficio con una tazza di caffè per lei. Un altro aperitivo.

Be', da qualche parte bisogna pur iniziare. Incontrarsi al bar, senza dare nell'occhio. Meglio, pensai. Il giorno precedente eravamo usciti dall'ufficio insieme, dando adito a non pochi ammiccamenti.

Quando ci incontrammo, alle sette, Christine non pareva molto in vena di fare lezione di conversazione in inglese. Mi chiese in francese se fossi sposato e se avessi bambini.

Il mio francese non mi consentiva una descrizione più circostanziata del mio disastroso rapporto con Ruth. Insomma, queste donne francesi proprio non le capivo. Erano giochetti? Era sesso cerebrale? O si aspettavano che un uomo saltasse loro addosso?

Improbabile: non ho mai conosciuto una donna, di qualsiasi nazionalità, che ami essere sedotta con avances degne di un incontro di rugby. O, forse, era un'allegoria del rapporto tra Francia e Gran Bretagna: alzava discretamente la gonnella, ma si manteneva a debita distanza nel timore di contrarre il morbo della mucca pazza. Cercai la spiegazione in una relazione tecnica che avevo commissionato per scoprire che cosa pensino davvero i francesi di noi britannici, ma non vi trovai nulla di specifico sul perché Christine non volesse venire a letto con me.

Bean, i Rolling Stones tutte belle cose, stranamente e - tenetevi forte - il tè, ai loro occhi una bevanda altamente raffinata, sinonimo di grande civiltà. Nei caffè francesi una tazza di tè costa in media il doppio di un espresso. E perché non mi hanno affibbiato un'equipe meno scalcinata? Era evidente che non stavano contribuendo al progetto in alcun modo. L'autunno era appena iniziato, e i loro cervelli erano già completamente spogli.

Tutto pareva indicare che avrei dovuto parlare con Jean-Marie per convincerlo a trasferire Stéphanie, Bernard e Marc a qualche altro progetto di cui fregasse loro qualcosa.

Purché i tre inetti stessero alla larga dalla mia catena di sale da tè. Mi avrebbero dichiarato eterno odio, inutile dirlo, ma non avevo scelta. Anticipai a Jean-Marie che avevo bisogno di parlargli di una questione particolarmente delicata ed egli insistette perché ne parlassimo a pranzo quello stesso midi.

È una giornata da celebrare con un'uscita a pranzo, mi disse senza darmi spiegazioni. Uscimmo dall'ufficio verso le 12 e 30, fra un coro di bon appétit. Dal tono, sembravano quasi auguri di buon Natale: evidentemente, qui, ogni pranzo era una solennità. E perché no, dopotutto? Questo per quanto concerneva le ultraquarantenni. C'erano invece frotte di giovani segretarie in jeans firmati, cela va sans dire, con i lunghi capelli dalla leggera messa in piega come quella di Christine, con indosso attillate magliette che parevano fatte apposta per attrarre gli sguardi lascivi dei maschi in giacca e cravatta.

Non escluso Jean-Marie, il cui sguardo pareva oscillare costantemente dall'altezza dei deretani a quella delle tette. Incrociammo due eleganti donne in tweed, ovviamente firmato. Insomma, anche le parigine sfoggiavano la loro brava tenuta da cavallerizze, anche se veniva spontaneo chiedersi dove tenessero i cavalli, in quella fitta giungla urbana.

Nel parking di qualche condominio? A Parigi, se c'è il sole sedersi a mangiare fuori diventa un'impresa. Ci vennero prontamente consegnati due menu plastificati.

Il cameriere era un cinquantenne brizzolato dall'aria tormentata, infilato nella classica tenuta: camicia bianca, pantaloni neri e gilè tutto taschini stracarichi di monetine. In che cosa consistesse il piatto del giorno, per me resterà un mistero: posai gli occhi sul post- it azzurrino e, in quello scarabocchio, mi parve di leggere un improbabile crétin dauphin delfino idiota? Jean-Marie mi fece un gran sorriso, invitandomi a ordinare per primo.

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Bel colpo, già mi detestava. Lei che cosa prende? Se mi fossero toccate le corna, avrei sempre potuto rifilarle a Jean-Marie. Con la capra?! Ecco perché il più delle volte pranzavo in mensa. Ovvio: avevo confuso boisson, bevanda, con poisson, pesce.

Certo che se a Parigi la pausa pranzo durasse due ore, pensai, dopo le ordinazioni resterebbero ancora un'ora e cinquantanove minuti di tempo. E poi dicono che il fast food l'hanno inventato gli americani Nel frattempo era giunto il cameriere, con le posate avvolte in due tovaglioli di carta gialli: constatai con sgomento che i coltelli erano seghettati e appuntiti, augurandomi che Jean-Marie non li adoperasse contro la mia giugulare.

Mi occorre piuttosto qualcuno che studi dove aprire i nuovi locali, qualcuno che sia in grado di fare un'indagine di mercato sulla base delle relazioni che tutti noi abbiamo letto od avremmo dovuto leggere: che cosa si attende la gente da una catena di sale da tè inglesi?

Che cosa mangerebbe, e in quali orari? Quali nomi e quali marchi prendere in considerazione?

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Hanno da fare, ma troppo poco. Non per sminuire il suo incarico, anzi. Significa che sono nelle sue mani. Sta a lei organizzarli, motivarli. O, se necessario, ignorarli. Ma il loro stipendio rientra nel mio budget? Da voi, se un lavoratore è un po' più lento, lo licenziate. Tra l'altro, Bernard e Stéphanie sono in azienda da almeno dieci anni. Ha idea di quello che costerebbe licenziarli, anche se gli altri non scendessero in sciopero?

E se scioperassero, sa che fine fa la carne quando si spengono i congelatori? Il cameriere riapparve con due piatti ricolmi di lattuga sulla quale erano adagiati dei crostini ricoperti di formaggio bianco passato alla griglia. Niente corna. Be', se aveva sbagliato ordinazione, non sarei stato certo io a lamentarmene. Se non avevo frainteso, il cameriere aveva appena mandato il mio capo cordialmente a quel paese. Bene, nelle mie sale da tè non voglio vedere camerieri cafoni, mi dissi.

Ma dovevo ammettere che quel cameriere aveva la velocità di un razzo: un cafone, ma con le ali ai piedi. E se Jean-Marie avesse compiuto un movimento troppo brusco, con quel coltello rischiava di praticare un'incisione perfetta nella pancia di un ignaro passante. Ora finalmente capivo: chèvre era il formaggio caprino, non uno stufato di capra. Ed era anche squisito, tiepido e cremoso su quel pane appena abbrustolito. La lattuga, poi, era cosparsa di gherigli di noce e condita con una semplice vinaigrette.

Il gusto di quel condimento si faceva strada in me con una piacevole sensazione di tepore. Eccomi al dolce sole d'autunno, dimentico delle auto che transitavano oltre il marciapiede e del disappunto delle tante persone in piedi in attesa che si liberasse un tavolino.

Gli alti, imponenti edifici, adorni di sculture che raffiguravano divinità o animali, e i capitelli classici posti a sostegno dei balconi in pietra non parevano più guardarmi dall'alto in basso. Le vetrine straripanti di abiti dal prezzo inavvicinabile, i bottiglioni di champagne e le scatolette di paté tartufato che avrebbero schiantato il mio conto in banca non apparivano più come manifestazioni di un universo alieno.

Per alcuni, meravigliosi istanti ebbi la fugace sensazione di capire che cosa significasse sentirsi a casa a Parigi. Me ne avevano recapitata una scatola proprio quel giorno. E visto che molti nostri fornitori saranno inevitabilmente inglesi Come Tea Time o Tea for Two?

Jean-Marie fece una smorfia, pulendosi la bocca con il tovagliolo. Proprio in piena ora di pranzo, giusto per rompere le scatole il più possibile. Scioperavano perché, sebbene in Francia il conto includesse già un sovrapprezzo del quindici per cento per il servizio, per sbarcare il lunario avevano bisogno anche delle mance, e dall'arrivo dell'euro le mance si erano ridimensionate.

Prima della moneta unica la classica mancia era una moneta da dieci franchi, ma ora quasi tutti lasciavano una moneta da un euro, pari a sei franchi e mezzo. Evidentemente, il fatto che nella conversione all'euro i listini della ristorazione fossero stati nella quasi totalità abbondantemente arrotondati in eccesso non bastava a compensare la perdita. Spalle, braccia e cassa toracica si sollevarono all'unisono, in un gesto di indifferenza che non ammetteva repliche.

E con un tono che pareva dire: sarai anche in sciopero quando si tratta di servire, ma se è per incassare vedi come scatti? Gli unici che capii furono crême br—lée e mousse au chocolat. Di un euro, naturalmente. Gli altri avventori tentarono di ottenere lo stesso trattamento di Jean-Marie, ma furono ignorati, quando non zittiti in malo modo.

Mi resi conto di essere stato testimone di una fondamentale lezione di vita parigina: non bisogna cercare di piacere agli altri. Troppo inglese. Avevo sbagliato tutto, nell'illusione di conquistare il cuore delle persone. Qui, sorridendo troppo, si rischiava di passare per ritardati mentali. Pertanto, visto che non ero riuscito a sbarazzarmi della mia squadra, era giunto il momento di farla rigare diritto.

C'era solo un ostacolo: come mostrarsi sgradevoli con chi, invece, si comportava in modo tanto gentile, almeno formalmente? Un rituale talmente complesso da ricordare l'Oriente. Tra tutti quei convenevoli, non restava tempo per affrontare la questione delle relazioni non lette e delle decisioni non prese.

Una mattina andai a parlare con il mio responsabile delle risorse umane, Christine: a quanto pareva, per riuscire a ottenere dei biglietti da visita con il mio cognome e senza allusioni alle malattie sessualmente trasmissibili, dovevo parlare con lei. Dovevo rivolgermi all'ufficio del personale.

Localizzai quell'ufficio e bussai alla porta, in vetro fumé smerigliato dall'altezza delle ginocchia in su. Aprii la porta e mi trovai davanti Marianne la receptionist seduta a una scrivania completamente vuota, tranne che per un computer e un vasetto pieno di pot-pourri vecchio di chissà quanto.

Dopo la prima ondata di lagnanze, la mia mente si era rifiutata di tradurre oltre. Ma almeno in parte l'avevo spuntata: nel giro di dieci giorni avrei avuto, nero su bianco, la prova di poter vincere la guerra del marchio.

Noi britannici non ci facciamo mettere i piedi in testa da nessuno. La successiva vittima del nuovo corso al quale avevo dato inizio fu Christine.

Il mattino dopo giunsi prima del solito e andai spedito nel suo ufficio, sapendo che veniva sempre presto. Posai una tazza di caffè sulla sua scrivania e la baciai sulla bocca. Non propriamente un assalto da rugbista: era piuttosto un breve saggio di tango labiale coatto. Ebbene, fu come risvegliare Frankenstein.

Christine sospirava di passione. Maledizione, perché non ti tieni i preservativi nel taschino? Ma di che ti penti, pensai. Non abbiamo ancora combinato nulla! Un piccolo amico?

Un eufemismo per la vagina troppo piccola? Aveva venticinque anni, voleva sposarsi e avere dei bambini. Un tremendo errore. Mi chiedeva di perdonarla. Un vero gentiluomo.

Mi hai permesso di baciarti senza Se per lei gentiluomo era sinonimo di uno- che-non-viene-a-letto-con-te-appena-ti-ha-conosciuta, gli unici gentiluomini inglesi che io abbia mai conosciuto erano ragazzini in età prepuberale, che a denti stretti aspettavano che spuntasse loro almeno un po' di vello pubico. Christine pareva ignorare che il maschio britannico era molto cambiato dai tempi in cui le eroine di Jane Austen potevano nutrire una ragionevole certezza di non ritrovarsi in posizione orizzontale per il solo fatto di aver accondisceso a una passeggiata nel bosco.

Persino Lady Di era solita farlo contro il tronco di un albero con il suo istruttore di equitazione, no? Insomma, in quel momento, tra la mia mente ed i miei boxer non si agitava nulla, ma proprio nulla di consono a un gentiluomo. Meno male che le erezioni sono biodegradabili, pensai, visto che non faccio altro che buttarle via inutilizzate Quando mai un inglese riuscirà a trombare, se voi due fessi non fate altro che diffondere urbi et orbi quell'immagine di noi stramaledettamente educata?

Dopo la prima mezza giornata di caos, nella quale i titolari di bar e ristoranti giunsero sull'orlo della crisi di nervi o quasi, tutti i locali i cui camerieri erano scesi in sciopero - come dire tutti i locali più in - iniziarono a ingaggiare del personale avventizio. Non avevano la più pallida idea degli ingredienti di nessuna portata, facevano cadere i piatti, confondevano i conti. Proprio come in Inghilterra, dove è invalsa la convinzione che quella del cameriere sia la professione avventizia ideale per chi non ha nessuna qualifica.

Ma fu al contempo una rivelazione, un po' come rendersi conto, dopo una vita trascorsa a guardare film di Ingmar Bergman, che esiste anche qualcosa come Monty Python. Quell'esercito di giovanissimi camerieri e cameriere era felicissimo di parlare in inglese, non appena si rendeva conto del mio francese da prima media.

Riuscii persino a farmi dare un paio di numeri di telefono. Di donne, naturalmente. Dopo una settimana trascorsa ad incrociare le braccia e a guardare le giovani leve del part time incassare felici le loro mance da un euro, i camerieri iniziarono a intuire di avere commesso una solenne idiozia e, infilati i loro gilè, tornarono a occupare il proprio posto di lavoro, con i loro post-it più illeggibili che mai e i loro tempi di insofferente permanenza al tavolo sempre più ridotti al lumicino.

Come d'incanto, la vita era tornata alla normalità. Nulla riusciva a turbare i ritmi della vita nella capitale per più di qualche giorno, neppure un colpo al cuore come uno sciopero che aveva sconvolto una delle principali industrie nazionali: la ristorazione.

Ben presto mi riabituai a essere trattato a pesci in faccia. Ma la ciliegina sulla torta furono i famigerati biglietti da visita. L'ultima settimana di settembre, con diversi giorni di ritardo, una sempre più immusonita Marianne me li venne a portare freschi di stampa. Gettai un'occhiata attraverso il coperchio trasparente della scatolina.

Il cognome era stato corretto.

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Meno male. My Tea Is Rich?! Che bastardi! Mi assicurai che Marianne mi stesse ancora guardando, presi quella maledetta scatolina e la gettai pari pari nel cestino dei rifiuti senza neppure aprirla. Visito diverse parti di Parigi, turistiche e no, finendo regolarmente per imbrattarmi di merde, letterale e metaforica. Ah, les escargots! Com'è noto, i francesi amano le lumache. Uno dei loro modi preferiti di cucinarle è metterle direttamente sul barbecue, ancora vive, dopo averle ricoperte di sale, l'equivalente di un bagno nell'acido.

Nel tentativo di proteggersi, le lumache buttano fuori i loro umori interni. In altre parole, vengono spinte a espellere ogni impurità. Persino i francesi si rifiutano di ingerire escrementi di lumaca. Data questa estrema crudeltà, risulta difficile credere che i francesi amino davvero l'umile lumaca. Eppure pochi e men che meno le lumache stesse si rendono conto che la Francia ha pagato a questi molluschi sacrificali il tributo ultimo: la capitale è infatti una gigantesca lumaca.

Non me ne resi conto fino al primo sabato d'ottobre. Era una mattina grigia, la classica giornata d'inizio autunno, da primo pulloverino della stagione, nella quale i parigini prendono a camminare ancora più in fretta del solito, come se fossero assaliti dal panico di trovare i grandi magazzini svuotati di tutto. Seduto al tavolino davanti a un bar, mi guardavo attorno.

Non le donne, nonostante la selezione che mi sfilava davanti agli occhi fosse del solito standard da Olimpiadi. Stavo invece scrutando l'esplodere dell'autunno sull'altro lato della strada. Un negozio di fruttivendolo come non ne avevo mai visti in vita mia. Di pellicola trasparente, neppure l'ombra. Tutto era di stagione. Enormi mazzi di rapanelli con tanto di foglie. Mi resi conto di non avere mai visto le foglie del rapanello prima di allora, o almeno non consapevolmente.

C'erano poi intere ceste di ortaggi che non ero neppure in grado di riconoscere. Cercai la parola nel mio dizionario tascabile: finocchi. Come no, li avevo già mangiati, ma solo fatti a fettine sottili in qualche ristorante. E invece quelli erano talmente enormi da ricordare dei grandi cuori, con le arterie verdi che si dipartivano verso l'alto. Gli scozzesi saranno anche bianchi e rossi, ma quelli a me sembravano fagioli. La scena aveva un che di erotico. Ciascuno dei venti arrondissements della capitale era rappresentato in una tinta diversa.

Mi accorsi allora per la prima volta che erano disposti a spirale, a iniziare da un minuscolo rettangolo corrispondente al Primo arrondissement posto proprio al centro. Il Secondo era un rettangolo poco più grande, al di sopra del Primo. Subito a destra, il Terzo. Insomma, i vari quartieri della capitale erano inequivocabilmente disposti come il guscio di una chiocciola, che sarà stata divorata chissà quando.

Passai al setaccio la cartina in cerca di punti di riferimento. Il Primo arrondissement poteva vantare il Louvre. E il Secondo? A quanto pareva, nulla. Solo una macchia grigia che indicava presumibilmente qualcosa di interessante. Bourse, era la spiegazione.

Ah, ecco, il famoso quartiere parigino dello scroto. Il Terzo vantava il Centro Pompidou. L'ennesima ragione per detestarci. Chissà come saranno contenti, mi dissi. Ma la chiocciola proseguiva, sciorinando una lunga teoria di edifici imperdibili in cui non avevo mai messo piede.

Sino ad allora, una poco onorevole pigrizia mi aveva trattenuto dall'esplorare davvero la mia nuova città. Avevo compiuto il doveroso pellegrinaggio ai monumenti più celebri - il Louvre, Nôtre-Dame, il Centro Pompidou, tutti visti dall'esterno -, ma in realtà il mio primo mese a Parigi era trascorso quasi interamente tra lavoro, caffeina e alcolici.

Si ordina al banco senza il rischio di essere aggredito da uno di quegli energumeni in gilè , in inglese che boccata d'ossigeno per la propria autostima! Bankitalia ormai è una banca privata e fa quello che gli pare Avvisami via e-mail delle risposte. Questa funzionalità richiede un browser con la tecnologia Leetame attivata. Poi il movimento di estrema destra ha spiegato in una nota le ragioni del gesto: Aiutaci a capire il problema.

Il popolo dovrebbe riprendersi il controllo della propria vita. Bancz essere vittima del blitz notturno a Verona, è stata la sede di corso Cavourdavanti alla quale è stato depositato un sacco di letame e babca dei cartelli che recitano: Approfondimenti Colpo di fulmine al semaforo, tappezza la città di cartelli e finisce in tv 11 giugno Dai, su,cerca di dire qualcosa di serio Aggiorna discussione Feed RSS.

Siamo consci che, oltre a Forza Nuova, nessun altro partito politico in queste elezioni vuole dare soluzione diretta alla bancca, e il totale blackout mediatico al quale siamo sottoposti lo giustifica ampiamente. Unione civile per la coppia. In quanto studentessa fermamente antiberlusconiana, mi dissocio totalmente da questo gesto infantile che porterà agli studenti più male che bene. Anche perchè non mi pare che lei risponda sempre con manciate di caramelle a chi si permette di criticarla….

Ci sono le telecamere fuori dal cancello? Me cerchi di crescere che mi sembra solo una bambina viziata e anche non molto intelligente. E questi figuri sarebbero il destino umano Italiano!!

A lavorare nelle miniere di zolfo, lazzaroni che non siete altro. Conosco magrebini analfabeti più intelligenti di questi lazzaroni. E mi fan ridere quelli che si scandalizzano per un mucchietto di letame, specie dai nipotini di chi nel passato ha messo bombe in piazze uccidendo cittadini innocenti….

Bravi ragazzi! Finalmente anche Bergamo alza la testa! Viva la realtà! La Gelmini ha la puzza sotto il naso, continua a non vedere la luna. E poi…ragazzacci…spargere letame davanti a villa Linda… volgari,volgari,volgari! La riforma Gelmini è una mezza porcata, con un unico elemento positivo, che sbloccava i concorsi.

Ora la Gelmini e Berlusconi praticamente non la lasciano approvare in via definitiva avendola rimandata a quando il governo sarà caduto e forse le Camere sciolte , quasi a voler fare un dispetto alle migliaia di precari che aspettano il concorso nelle università. E piantatela soloni mi sembrate la vecchia descritta da De Andrè in Bocca di rosa, mai stata madre senza più voglie, prendete le cose per quello che sono e cioè solo una protesta goliardica contro il potere costituito.

Se è capitato, ci scusiamo. A che serve guardare quel che fanno gli altri. Se qualcuno insulta non per questo gli altri devono fare altrettanto. La redazione non deve fare il gendarme. Non dovrebbe esserci una persona che controlla i termini anche perchè si spera sempre di avere a che fare con persone educate, civili e che sappiano confrontarsi. Certo che a pensarci bene, è proprio il colmo dei colmi…. Ma neanche a servirglielo a pranzo, si renderebbe giustizia al piano di demolizione della scuola pubblica, che la ministra sta attuando.

Perchè non hai il coraggio di mostrare la tua faccia che è come la roba che hai scaricato. Dedica il tuo tempo a chi ne ha bisogno oppure vai a lavorare in cava o in cantiere e vedrai come si guadagna la pagnotta.

La riforma Gelmini è quanto di peggio si possa immaginare per la scuola italiana che ne esce distrutta. E la scuola dovrebbe essere il perno della crescita del paese. Detto questo… facciamo valere le critiche e le obiezioni di merito. Anche le manifestazioni di piazza.

Il resto, la violenza questa protesta è concettualmente violenta non si giustifica, mai. Non sono gli unici lavori di questo mondo……. Grazie comunque mi sempre divertire. Grazie per la delucidazione…. Il suo valore è evidenziato dalle proteste becere che lo hanno seguito. Sarebbe stato un gesto umile, distensivo, utile ed istruttivo contemporaneamente.

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